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RACCONTI - "ARITMETICA MAFIOSA"

Il dottor Ermete Bonfigli, chiuso nel suo ufficio della Procura della Repubblica di Altanissa, studiava il fascicolo degli “atti relativi all’omicidio del prof. Termini Costantino, di anni 50”, avvenuto, una settimana prima in una sciroccosa serata di luglio, nella piazza principale di Burrainiti. Il professore era stato sorpreso dai killers ad un tavolino del circolo dei “Cappelli di paglia”, mentre assaporava una granita di limone.

Il signor procuratore aveva poco da studiare: in quel fascicolo, c’erano soltanto uno scarno rapporto dei carabinieri (un “preliminare” di tre paginette con pochissime indicazioni utili e tante vaghezze riferite da testimoni sordi, distratti o allucinati) e, allegate, alcune lettere anonime che il magistrato scostò col tagliacarte, per non toccarle, poiché le detestava sommamente.

Per le “anonime” il dottor Bonfigli nutriva una totale repulsione: Più d’una volta, qualcuno l’aveva udito urlare per i corridoi della cancelleria: “Al rogo! Al rogo!”, come se si trattasse di scritti eretici.

Il delitto era di quelli “pesanti”. La vittima era uno dei figli prediletti di don Saro Termini, inteso “Nasca”, un vecchio mammasantissima che, per circa mezzo secolo, aveva fatto e disfatto le cose nel comprensorio di Burrainiti.
Anche la modalità dell’esecuzione non lasciava dubbi: si trattava di un omicidio mafioso in piena regola, tuttavia senza un movente plausibile.

Certo, il professor Costantino, docente di francese al Magistrale, un poco si “annacava”, tuttavia, da quando era stato ucciso il fratello primogenito, pareva volesse allontanarsi da quella tenebrosa realtà. Era come “in sonno”. La sua vita si svolgeva, monotona, fra casa scuola e circolo, come quella di tanti piccoli borghesi. Per darsi un po’ di tono, nelle ultime elezioni, si era candidato nel listone del partito cattolico, conquistando un seggio nel consiglio comunale. Tuttavia, nemmeno la nuova carica lo ridestò dal torpore in cui era caduto: andava in consiglio… a leggere il giornale.

Insomma, a parte la discendenza e qualche atteggiamento altezzoso, nulla giustificava quella spietata e plateale soppressione.

Chi aveva deciso di ammazzare (e perché?) un individuo ritenuto fuori della mischia?
Interrogativi essenziali che non trovavano alcuno riscontro, nemmeno un appiglio, nel rapporto dei militi e nelle testimonianze acquisite.

Perciò, si vide costretto a ricorrere alle detestate lettere anonime. Ne aprì una a caso: “Costantino era un galletto. Cercate fra i cornuti”; poi un’altra dello stesso tenore: ”Il professore disturbava le alunne. Firmato: un padre che si sente vendicato”.

Come il solito, gli anonimi estensori propendevano per la pista passionale. Il procuratore era alquanto perplesso circa la consistenza di questa pista, perciò si soffermò sull’unica lettera che non era di questo tenore: “Delitto annunciato da 10 giorni almeno…Il movente è scritto sul muro della casa di don Saro Nasca, in un’operazione aritmetica…forse il professore non sapeva contare.”

Il magistrato lesse e rilesse, ma era più confuso che persuaso: l’anonimo estensore gli proponeva un enigma, un vero e proprio rompicapo.

Che fosse opera del solito mitomane, lettore di libri gialli? Pur tuttavia, quella lettera era l’unico spiraglio in un’indagine che si annunciava la più difficile da quando era arrivato ad Altanissa dalla natia Latina. Volle verificare e ordinò al carabiniere di servizio: “Si rechi immediatamente a Burrainiti, presso l’abitazione di Termini Rosario, a questo indirizzo; legga e trascriva tutto quanto vedrà scritto sui muri esterni. Soprattutto i numeri. Mi raccomando! Se vi sono numeri li trascriva così come sono tracciati, esattamente nella loro disposizione…”

Il giovane milite rientrò con un taccuino pieno di appunti che mostrò, soddisfatto, al dottor Bonfigli, il quale gli chiese di leggerglieli.

“M.C. se la fa con S.T.”; “Politici fate schifo!”; “Preti e ruffiani: unica razza”; “Il sindaco mangia da solo…” Il magistrato ascoltava quelle castronerie con evidente nervosismo: “Lasci perdere queste sciocchezze. Numeri…ci sono numeri?”

“ Ah! Si. I numeri. C’erano solo questi, ma non ci ho capito niente. Comunque li ho annotati, come lei mi ha comandato. Ecco qua: 4 – 2= 0 “

“E’ sicuro che non ci fossero altri numeri ?”

“No, dottore! Solo questi, scritti in grande e con vernice nera”.

Congedato il carabiniere, il dottor Bonfigli si abbandonò ad uno dei suoi frequenti sfoghi contro i siciliani: “Questa gente la verità la scrive coi numeri, sui muri, ma si rifiuta di portarla in tribunale. Parlano i muri! E nei processi chiamiamo i muri a testimoniare?”

Nonostante lo sdegno, quella bizzarra sottrazione era, in fondo, un riscontro di quanto scritto nella lettera anonima.

“4-2= 0 ! Cosa vorrà dire? ”. Rilesse la lettera: “Delitto annunciato…in un’operazione aritmetica… Perché così ostentatamente errata? Mah!”

Si fece portare un altro caffè e tutti i fascicoli relativi a don Saro Termini e alla sua famiglia.

Dalle carte emergeva una figura gigantesca della mafia di quel comprensorio: esordì con l’abigeato e finì con l’eroina. Vecchia mafia, all’antica; un impasto bene assortito d’onore, interessi economici e lupara; rispettoso delle tradizioni e della religione, era devotissimo alla Madonna Assunta.

Nella sua, lunga carriera criminale collezionò centinaia d’imputazioni e una sola condanna a 15 anni, erogatagli nel 1929, a seguito di una retata del prefetto Mori alla quale sfuggì nascondendosi in mezzo ad un covone di stoppie.

Don Saro “Nasca” ebbe 7 figli: 4 maschi e 3 femmine. Secondo l’informativa, solo Nenè, il primogenito, e Costantino avevano seguito le orme paterne; sugli altri due, Gaspare e Vincenzino, il boss non faceva affidamento: non avevano nulla della sua indole. Somigliavano tanto alla madre, la mite donna Concetta, la quale, finchè visse, cercò di sottrarli alla perniciosa influenza del marito.

“Nasca” regnò su quei territori per più di 40 anni, padrone e domine, temuto ed omaggiato da tutti, perfino da ministri e monsignori, fino a quando non emersero, come furie devastatrici del vecchio ordine, i “palermitani”, gente abietta e sanguinaria che, trafficando con quella “roba sporca”, erano riusciti ad accentrare a Palermo quasi tutto il potere della mafia.

A 65 anni, cedette lo scettro del comando al figlio primogenito che pareva essere venuto al mondo col solo scopo di rilevare il potentissimo ruolo paterno. Il regno di Nenè non fu longevo come quello del padre. Una mattina il suo corpo, devastato dalla lupara, venne rinvenuto dentro l’automobile, ai bordi della strada che porta alla miniera Muculufa.
Grande fu il dolore di don Saro per il figlio perduto e, soprattutto, per la tremenda sfida che gli avevano lanciato, a lui che un tempo faceva tremare fin’anco le case, come un terremoto del decimo grado. Morto Nenè, lo scettro spettava a Costantino, ma questi era scoraggiato, titubante a raccogliere la sfida di un nemico lontano, annidato nella giungla di quella capitale spietata e senza onore. Confessò al padre i suoi tormenti: “Papà, i tempi sono cambiati. Con quello che abbiamo ci possono campare cinque generazioni di Termini…”

“Campare! Campare! E noi che siamo qui per campare? Campano i poveracci, gli scoglionati, i vili, i cornuti - insorse il Nasca – Noi siamo qui per comandare, per fare la legge. Campare! E il nostro nome, il nostro onore, vanno a farsi fottere? E’ meglio la morte!
Mia è la colpa che ti ho fatto studiare…ora eccolo il professorino! Rincoglionito davanti al cadavere di suo fratello che grida vendetta. E non l’avrà. Povero figlio!”

Il dottor Bonfigli continuò a setacciare quelle carte con le quali si potevano ricostruire, per filo e per segno, gli ultimi cinquant’anni della storia di Burrainiti, senza riuscire a cavarne un minimo indizio che lo conducesse al movente dell’omicidio.

Ritornò a quella bizzarra sottrazione. “4-2 fa 2, perché sul muro c’è scritto zero?”

Si trattava dello scherzo di un buontempone o dell’azzardo di qualche genialoide che stava scherzando col fuoco? Con la mente ritornò ai banchi del liceo, alle controverse teorie sul valore dello zero. Consultò perfino l’enciclopedia. Propendeva per le posizioni degli antichi filosofi indiani, per i quali questo segno significava assenza di valori, semplicemente il nulla; mentre non lo convinceva la teoria del persiano Khovaresmi: “Lo zero contiene un grande valore sacro; esso simbolizza ciò che non ha inizio né fine…Lo zero non si accresce né si riduce…tuttavia possiede il potere di moltiplicare tutti i numeri… esso crea tutte le cose a partire dal nulla, le domina, le governa…”

Ma cosa c’entravano queste sofisticate teorie col suo “zero”? Il magistrato s’accorse che stava deviando, lasciò i libri e tornò al fascicolo, a quella stramaledetta operazione aritmetica che applicò allo stato di famiglia di don Saro Nasca. Il conto non quadrava: di figli n’ebbe 7 perciò quel 4 non era pertinente, e poi la matematica non è un’opinione e 4 – 2 fa 2. Quello zero era proprio una stonatura, un controsenso. Chi poteva essere l’autore di quella ignobile missiva? Forse una mente sopraffina che usava questo escamotage per depistare le indagini?

Pensò di cestinare quella lettera, ma - per scrupolo- volle chiedere un parere al cancelliere. Gli allungò la busta: “Per favore, dia un’occhiata…”

Mimì Sardella inforcò gli occhiali, lesse rapidamente e concluse con un “Umhhh” prolungato, che non si capiva se fosse un’espressione di meraviglia o un segno d’intuizione del significato recondito di quella lettera anonima.

“Siamo sicuri della fondatezza del contenuto di questa lettera?”, esclamò Sardella, tanto per dire qualcosa.

“Sicuri! Non vede che brancoliamo nel buio? Questa abbiamo e su questa dobbiamo lavorare. In ogni caso, un certo riscontro l’abbiamo avuto…”

“Umh” grugnì il cancelliere mentre appuntava lo sguardo sul primo capoverso: “Un delitto annunciato…coi numeri. Con tutto il rispetto, mi pare che questo anonimo la sappia un po’ troppo lunga. Un annuncio? E chi può permettersi il lusso di annunciare un omicidio ai danni di un esponente della famiglia più rispettata della zona? Scriverlo, addirittura, sul muro dell’abitazione di don Saro Nasca? Solo gente potentissima, sicura del fatto loro, può lanciare una sfida tanto impegnativa…”

“Va bene, va bene - l’ interruppe il magistrato - questo l’avevamo capito, da soli. Quello che non mi spiego è questa fottutissima sottrazione. Che senso ha questa operazione così ostentatamente sballata? ”

“Eh, caro dottore, qui non abbiamo a che fare con la scienza matematica. Questa è l’aritmetica mafiosa per la quale il valore dei numeri, delle cifre, non è assoluto, ma fortemente relativo. Comparato cioè al valore intrinseco degli uomini. Per la mafia, gli uomini non sono tutti uguali e pertanto non si contano secondo la quantità: 1,2,3 4,5 ecc, ecc, ma in base al valore mafioso che essa attribuisce a ciascuno…”

“Venga al dunque, cancelliere!”

“Ci arrivo subito. A mio umilissimo parere, chi ha tracciato questa operazione voleva esattamente annunciare l’assassinio del professor Costantino e non degli altri figli del vecchio capomafia. Lui è lui solo doveva morire per azzerare l’intera famiglia. Noi che conosciamo la mentalità di questa gente- sottolineò il cancelliere- sappiamo che don Saro parlava solo di 4 figli (poiché le 3 donne non erano ammesse alla tavola mafiosa) e fra questi 4 andava fiero soltanto di Nenè e di Costantino che lo hanno seguito nella carriera criminale. Gaspare e Vincenzino sono due pezzi di pane e pertanto ininfluenti ai fini della conta. Eliminati i primi due, la famiglia mafiosa di don Saro Termini può considerarsi estinta. Ecco perché 4-2 fa 0…”

“Ah!-- sospirò il dottor Bonfigli- Perciò, anche loro condividono la teoria degli indiani…”

Il cancelliere non capì il commento esoterico del procuratore, ma lasciò correre.


Agostino SPATARO

News inserita il 28/12/2004 da Redazione Siciliano.it
nella categoria Racconti Siciliani
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